Cosa ne pensa un autore..?

PICCOLA CONSIDERAZIONE INNOCENTE

Se uno mi viene a dire che il momento più bello nella vita di uno scrittore è firmare autografi o vincere premi, allora:
– o non ha capito cosa vuol dire fare lo scrittore
– o non ha capito cos’è davvero importante e bello per uno scrittore
– o non ha mai vissuto veramente ciò che è bello per uno scrittore
– o non ha capito un cazzo della vita
Fate una X sulla vostra scelta.

Che cioè, se volevi firmare autografi, potevi anche entrare nella Casa del Grande Fratello. Ci mancava anche. Che magari ti sforzavi anche meno, ecco.

Oh, poi si ambisce un po’ tutti al Nobel, chiaro, ma il premio Quattrococozze è ben altra cosa.

Buona incazzatura, e ricordate:

Stacc calm, be less rompicoglion

Ivano

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Cosa ne pensa un autore..?

Venti motivi per cui vale la pena pubblicare

Ok, scrivere un libro, pubblicarlo e sprecare tempo e forze nel promuoverlo, spesso senza risultati, è davvero frustrante. Ma ci saranno cose positive riguardo la pubblicazione? Vale davvero la pena pubblicare?

Allora, facciamo mente locale e troviamo qualche cosa da salvare. Perché pubblicare?

Punto primo: per farsi belli con amici e parenti. Ué! Arrivò u scrittore!!!

Punto secondo: per conoscere gente interessante. Ah, sì, anch’io scrivo. Un autopubblicato, ma sai com’è, sicuramente diventerò uno di successo. Tu cos’hai scritto? Ah, per PincoPallino? Eh ma le case editrici sono brutte e cattive, ecco.

Punto terzo: per sentirsi arrivati. Dove non si sa, ma arrivati.

Punto quarto: perché non è mai stato tanto facile. Cioè, devo farvi presente certi titoli o ci arrivate da soli?

Punto quinto: perché è uno spreco non farlo. Cioè, che avete scritto a fare? Per perdere tempo? Per riempire un cassetto? Per sentirvi meno inutili nelle sere d’estate? Per dare un senso alle ferie? Cioè, perché?

Punto sesto: perché almeno potrete raccontare agli altri la mirabolante vita che avete vissuto. Come se non ce ne fossero migliaia come la vostra. O migliori. O decisamente migliori. O decisamente, decisamente migliori.

Punto settimo: per sentirsi persone interessanti. Cioè, oh, almeno potete dire di aver pubblicato un libro.

Punto nono: per andare col vostro faccione in tivù, in radio, sui giornali. Avere un pretesto per tentarci, quantomeno. Se poi arrivati lì non avete niente da dire, beh, tranquilli: siete in buona compagnia, la maggior parte delle trasmissioni è più o meno la stessa cosa.

Punto decimo: per mettere come status lavorativo SCRITTORE invece che Disoccupato. Cioè, sui social network fa anche tendenza. E poi magari ci guadagnate qualche conoscenza in più, qualche appuntamento, qualche approccio. Finto, ma approccio.

Punto undicesimo: per dire ai nonni e agli zii, quando te lo chiedono, che Sì, il lavoro va benissimo, pensa che addirittura tre persone hanno commentato il mio incipit!

Punto dodici: per poter finalmente indossare un magnifico cappello di feltro. Che tanto fa personaggio. Da quanto aspettavate questo momento?

Punto tredici: per poter partecipare a concorsi letterari e finalmente dire che Diamine, sono tutti truccati, è una merda, vincono sempre gli stessi! O vincerli, ignorando il fatto che poi, al concorso, in realtà partecipavano in 4, e tre non erano nemmeno italiani.

Punto quattordici: per sentirsi rifiutati ingiustamente dalla società culturale, fare un po’ i bohemienne e schifare tutti per l’affronto di essere ignorati. Tsé.

Punto quindici: per aspettare il colpo di culo che tanto non arriverà mai. Oh, quantomeno non ci rimettete i soldi in Lottomatica.

Punto sedici: per incazzarsi davanti al minimo errore grammaticale altrui, e poi finire a chiedersi per due ore di fila quale sia la forma più corretta tra Vale la pena di pubblicare e Vale la pena pubblicare.

Punto diciassette: per organizzare presentazioni e sperare che ci vengano almeno i parenti, e poi trovarsi davanti la sala vuota e poter di nuovo bestemmiare contro la società infame e corrotta.

Punto diciotto: per farsi fotografare con il proprio libro in mano, pensando di immortalare un momento eterno che i posteri andranno poi a vedere e rivedere. No, non succederà mai. No, non siete nessuno.

Punto diciannove: per fare le dediche ai firmacopie o alle presentazioni e sentirsi importanti per questo. Che poi, tornati al vostro vero lavoro, se ce l’avete, vi trattino di merda, questo è un altro discorso.

Punto venti: per incazzarsi per la mancanza del punto otto, o per incazzarsi nel non aver notato la mancanza del punto otto e sentirsi quindi  un po’ analfabeti funzionali.

Beh, che dire, stavolta credo di avervi fatti contenti.

Buona lettura

Ivano


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Cosa ne pensa un autore..?

ECCO PERCHÉ I VOSTRI LIBRI NON HANNO SUCCESSO

Ah, i vostri libri hanno successo? Davvero? Sicuri sicuri? Allora questo articolo non fa per voi.

Punto primo:

  • fate 365 firmacopie l’anno? O quantomeno siete in una libreria diversa per ogni giorno?
  • fate 20 presentazioni al mese? O quantomeno siete invitati a 20 presentazioni ogni mese – che poi non ci andiate è un altro discorso?
  • avete pubblicato per un grosso editore con un grosso distributore alle spalle?
  • vendete più di 100.000 copie online, senza restituzioni?
  • siete pagati per scrivere prima ancora di pubblicare?

No? Allora è ben dura avere successo. E probabilmente mai lo avrete.

Chiariamoci: quanti libri vengono pubblicati al giorno? E quanti vendono più di una copia? Andiamo a vedere i dati? No, dai, troppo disagio.

E poi, parliamoci chiaramente: tolti parenti/amici/conoscenti che sono venuti  alle vostre prime presentazioni, e i poveri cristi che per darvi la tara hanno comprato il vostro libro quando si sono trovati davanti il vostro bel faccione, quante copie avete DAVVERO venduto? No ma, davvero, non sparando cifre a caso per potersi gonfiare e riuscire a galleggiare nel mare magnum di merda e disperazione in cui si sono ficcati tutti gli scrittori/autori/scribacchini “emergenti” – mai termine fu più azzeccato, direi. Dai, sparatemi un bel MILLLLEMILA. Come no. Non ci crede nemmeno vostra nonna.

E mi direte, allora: chi se ne frega del successo, l’importante è essere letti. Ah beh, sicuro. Già, grande, ottima risposta, bel colpo. Gliel’hai proprio assestata a quel borioso figlio di buona donna! Ecco, peccato che possiate dirlo solo se il vostro libro ce l’hanno tra le mani almeno 1000 persone. Sto numero torna sempre eh, in fondo.

Perché parliamoci chiaro: quanti dei vostri parenti/amici/conoscenti alla fine l’hanno letto davvero, il vostro libro? E quanti di quei poveri cristi a cui l’avete propinato – e di cui parlavamo prima, ricordate? – vi hanno ricontattati per dirvi un bel sì, l’ho letto?

Sul centinaio di copie che, spero proprio per voi, siete riusciti a distribuire, meno di un decimo sarà stato letto. Meno di un decimo di questi lettori vi dirà poi cosa ne pensa, e meno ancora (a sto punto, mezza persona) avrà con voi uno scambio proficuo di vedute  riguardo ciò che avete scritto.

Capito? Capito. Che poi, se non ci credete, basta che vi facciate un bell’esamino di coscienza, proviate a ricordare tutto quello che riguarda voi e il vostro bel libro e.. toh, ha proprio ragione. Ma non diciamoglielo, perché noi dobbiamo preservare la nostra immagine di PALADINI DELLA SCRITTURA!!! Contro il mercato, contro le cose commerciali, contro la grande distribuzione! Yeah! Perché nessuno ci caga, ma non sanno ancora che noi cambieremo il mondo!!! Putenza!!!

Cioè, io creerei un bel centro per disintossicarsi dall’idea di scrivere. O, quantomeno, da questa idea perversa di scrivere. Che poi, scrivete pure, e pubblicate, ma non venitemi a dire che lo fate per il successo, né tantomeno per essere letti, perché sia l’una che l’altra cosa sono come vincere alla lotteria: è più probabile che, uscendo di casa, vi piombi addosso un pianoforte a coda. Chiaro, a meno che non diate gratis, a destra e a manca, il vostro libro. Che poi manco così siete sicuri che lo leggano, anzi: se è gratis, chi me lo fa fare; se l’ho pagato, quantomeno gli do una possibilità.

Diciamocela tutta: si scrive per il piacere di scrivere, il nostro, punto.

E si pubblica per l’onanistico bisogno di vedersi rispecchiati in qualcosa che, sotto sotto, speriamo possa fare il boom e darci il successo che sappiamo o speriamo di meritare – ingiustamente. Qualcosa che darebbe un senso alla nostra inutile routine quotidiana. Ammettiamolo.

Dite di no? Allora chiaritemi perché c’è gente che arriva a pagare per pubblicare. Ve lo dico io: perché ne vale la pena. Perché il gioco vale la candela: pago, ma finalmente ho l’inebriante piacere di avere IL MIO LIBRO in mano. Cioè, sentite come suona bene: IL MIO LIBRO. Fantastico. Non vi fa sentire già al di sopra di tutte quelle capre ignoranti che avete intorno e che proprio non vi capiscono? No? Chiaro, ora lo sentite anche voi. Sì, esatto. Perché è proprio per questo che cercate la pubblicazione, per avere un bel cartellino da sfoggiare, da far vedere agli altri: guarda qui, capra, io sono uno SCRITTORE!!! Con la S maiuscola!

E no cari miei, non c’è la mamma a proteggervi, stavolta. Non vi coccoleranno per questo, non vi diranno bravo, bis, complimenti. Se cercate approvazione, cercatela altrove, non nel MAGICO mondo dell’editoria.

Perché qui trovate solo calci, sputi e botte da orbi. Ogni tanto un bel Meh, ma d’altronde, si accetta tutto, raschiando il fondo del barile. No? Non è così? Allora chiaritemi le recensioni ai colossi della letteratura, tipo un Pavese è troppo impegnativo, 3 stellette, o Bah, che libro insulso, saprei fare di meglio, una stelletta e mezza a un Saramago. Non ci credete ancora? Fate un salto su un qualsiasi libro su Anobii, Goodreads & Co., leggetevi un paio di recensioni, poi tornate qua e ne riparliamo. Su, vi aspetto.

Non siete ancora andati? Dai!

Andati? Ok, perfetto. Bravi, sì, esatto. Esatto.

Perché diciamocela tutta: non sarete voi a salvare il mondo della letteratura. Non siete il prossimo Manzoni, non siete il prossimo Baudelaire, non siete il prossimo Kafka e nemmeno il prossimo Grass. Voi siete mediocri.

Perché foste davvero qualcosa, brillereste tanto che i circoli letterari farebbero a gara per accaparrarsi una vostra presenza.

Come, non vi ha ancora chiamati nessuno?

Pazienza.

Che poi, diciamola tutta, il passaparola è una cosa sopravvalutata. O no? Mica le cose funzionano per il passaparola. Perché al successo si arriva con, con….

Quindi leggete, scrivete, fate un po’ il cazzo che vi pare, ma per favore niente commenti da paladini qui sotto, vi prego. Che poi si vede subito che non riuscite a reggere un confronto, ad argomentare un discorso.

Aspetto vostri insulti e vostra rassegnazione.

E leggete tanto, che vi fa tanto bene

Ivano

ps. dato che allo scorso articolo sul fatto che nessuno legga più sono seguite tonnellate di insulti del tipo non è vero, brutto stronzo, a cui, a sua volta, è seguito il dato miserabile sull’afflusso al Salone del Libro di Milano – pessimo, pessimo e pessimo -, beh, io aggiungerei un bel ve l’avevo detto. O no? Che dite, ci sta?

 


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Altro, Cosa ne pensa un autore..?

COME FUNZIONA LA PUBBLICAZIONE DI UN LIBRO

Allora,  ho deciso di fare un piccolo sommario su come un libro inedito arriva, fisicamente, tra le mani di un lettore, giusto per chiarire un po’ le cose. Mi soffermerò quindi su tutti i principali passaggi, evitando i dettagli di cui, purtroppo, non sono ancora a conoscenza. Spero che la cosa possa aiutarvi a capire come “l’oggetto libro” si muove, e comprendendone quindi i meccanismi, a trovare poi una formula per promuovervi meglio (se siete autori).

COMINCIAMO DALLA PROPOSTA ALL’EDITORE

L’autore ha scritto un buon inedito: bene. Magari editandolo (correggendolo) più volte, dandolo in lettura ad alcuni beta-reader (soggetti che, in anteprima, leggono l’inedito e danno un parere), rileggendolo di nuovo per trovare fino all’ultimo problema insito nel testo. Ha deciso quindi di passare alla fase successiva: LA RICERCA DI UN EDITORE. Valuta prima di tutto se fiondarsi nel grande mondo dell’autopubblicazione (una cosa a costo zero ma a rischio elevatissimo di fallimento, perché il peso della promozione, dell’editing etc. ricade tutto sull’autore), quindi ricerca sul web delle guide, o magari qualche suggerimento per poter pubblicare il proprio scritto. Writer’s Dream, Il Mondo dello Scrittore, e perché no, anche questo sito: dopo aver tanto letto e tanto fatto, capisce che deve scegliere, all’interno di un’enorme lista, un piccolo gruppo di editori che potrebbero essere davvero interessati, per tematiche e genere, al proprio inedito. Decide quindi di seguire le procedure esposte sui siti degli editori che ha scelto, mandando per mail quando viene richiesto per mail e per posta quando viene richiesto per posta, e così la sua opera finisce nello sterminato archivio dei vari editori selezionati.

LA VALUTAZIONE EDITORIALE: COME L’EDITORE DECIDE COSA PUBBLICARE E COSA NO

L’inedito è arrivato all’editore. Adesso, a seconda della grandezza della casa editrice, della scelta si occuperanno una o più persone, secondo criteri differenti : prima di tutto, il modo in cui l’inedito viene presentato (la presenza o meno di Biografia e Sinossi, se non addirittura di un Target dell’opera; la presenza di errori nella mail o nella lettera allegata, il tono, a volte la particolarità o meno del testo della lettera/mail stessa), quindi il livello di saturazione della propria linea editoriale (quanti titoli sono previsti per i prossimi mesi, se c’è posto per un altro titolo), quindi se il libro si confà o no alla linea editoriale (per genere, tematiche), se è vendibile (non parliamo di essere o meno commerciale, ma di vendibilità in senso stretto: ci sono libri oggettivamente difficili da vendere, e l’editore deve tenere in conto anche questo), se l’autore, come descritto dalla biografia, ha spirito d’iniziativa o meno (se insomma ci si può affidare ANCHE a lui per la promozione), qual è l’età dell’autore, dove abita, e così via. A un primo superficiale esame passato ne segue un altro, che valuta le prime pagine del libro in senso stretto (quindi è importantissimo per l’autore concentrarsi sulla resa delle prime pagine), a cui segue un terzo che valuta la quasi interezza del libro. Se anche il terzo esame è ok, l’editore dà il via alle danze.

Piccola postilla: con l’agente funziona allo stesso modo. A volte c’è un rapporto fiduciario tra agente e editore che fa sì che l’inedito scavalchi la coda di valutazione e venga così valutato per primo, ma oltre questa leggera differenza non c’è altro di cui parlare (chiaramente a volte l’agente è pagato dall’autore per proporre il proprio inedito agli editori, a volte no).

L’EDITORE DECIDE DI PUBBLICARE: L’EDITING

A questo punto entra in gioco l’editor: il testo viene corretto e ricorretto più e più volte da una o più persone, a seconda della grandezza della casa editrice, con diversi passaggi del testo di bozza tra correttori e autore. Dopo un lungo round di esami sintattici, grammaticali, strutturali etc etc, il libro è cotto a puntino, e passa quindi alla linea grafica per formattazione e scelta di copertina: il gioco è fatto.

L’EDITORE E IL DISTRIBUTORE

E a questo punto le danze si fanno davvero interessanti. Se l’editore è piccolo o addirittura micro, si accontenterà di pagare la SIAE per il codice ISBN, ossia il codice identificativo che trovate sulla quarta di copertina e permette al libro di essere venduto nei negozi online e in libreria; metterà quindi il libro in vendita sul web e si affiderà agli autori per la promozione dello stesso. Se l’editore è medio, entrano in gioco i veri pezzi grossi del mercato editoriale: i distributori.

Un distributore è un ente che si occupa appunto di DISTRIBUIRE il libro, sia in libreria che online, contattando direttamente i negozi con cui vuole instaurare un rapporto, a volte tramite veri e propri agenti di commercio che si presentano in libreria a mostrare i propri prodotti (con titoli fisici e non). Per mettersi in moto, il distributore chiede all’editore, il più delle volte, tra il 60 e il 70% del prezzo di copertina, impuntandosi su una tiratura di non meno di 2000 copie, che provvederà a (TENTARE DI) smerciare. Una parte di questo suo 60/70% andrà alle librerie con cui entrerà in contatto (a seconda di dove si trovano e quanto sono frequentate, la loro percentuale oscilla tra il 18 il 50%), il restante rimarrà nelle mani dei distributori.

L’EDITORE E LA STAMPA

Dopo il visto si stampi, se l’editore è piccolo – o mini – affiderà la stampa del libro a una tipografia, con una piccola tiratura (mediamente tra le 20 e le 50 copie) per poi ristampare quando il mercato richiederà altre copie. Con la stampa digitale di oggi, il micro editore potrà permettersi di stampare anche una sola copia alla volta.

Se l’editore è medio e si affida appunto a un distributore, sarà obbligato a stampare 2000 copie di questo nostro libro. Tenendo conto che a copia stampata spende intorno ai 3 euro  di media, l’editore dovrà preventivamente sborsare una cifra intorno ai 6000 euro alle tipografie per ogni titolo pubblicato. Contando che di queste 2000 copie molto spesso il distributore riuscirà a piazzarne circa la metà (poco più di 1200, in media) e che di queste saranno vendute (sempre secondo media) intorno alle 600 copie, capite bene che l’editore non riuscirà mai a coprire i costi di stampa. E allora come può pubblicare ogni volta un nuovo libro? Semplice: chiedendo un prestito in banca.

Per ogni titolo a tiratura 2000 copie c’è un titolo a tiratura 2000 copie che funge da garanzia. Vi spiego meglio: l’editore x ha pubblicato il libro y, che ha venduto 400 copie. Alla sottoscrizione del contratto di distribuzione del libro y, l’editore x si è impegnato a dare al distributore z 2000 copie dello stesso; il distributore fornisce così all’editore un documento w che prova che, vendute le copie del libro y, tolta la sua parte, dovrà il restante 30 o 40% all’editore x. L’editore x quindi si presenta quindi col documento w in banca, chiedendo un prestito diciamo di 6000 euro (a copertura della stampa del prossimo libro, che chiameremo k), mettendo come garanzia della copertura del prestito il ben noto documento w.

Cosa intendo quindi dire che per ogni titolo da 2000 copie c’è un titolo a tiratura 2000 copie che funge da garanzia? Semplice, che l’editore medio lavora “a prestito”, cioè molto spesso finanziando ogni nuovo libro con un prestito bancario “coperto e garantito” dal documento del libro “Y” pubblicato in precedenza. Si innesca così una catena di prestiti che, è vero, non fa altro che aumentare il debito dell’editore verso la banca e il rischio che l’editore diventi insolvente, ma che permette alla casa editrice di continuare a pubblicare e sopravvivere, coprendo non solo i costi di stampa, ma quelli di gestione, di personale etc., magari sperando che il boom di uno dei propri titoli vada a coprire tutti i buchi lasciati dalle precedenti pubblicazioni.

Un sistema fragile? Sì. Il rischio è soprattutto sulle spalle degli editori. Quindi, quando venite pubblicati, ringraziate e baciate il terreno (non so voi, ma a me i mutui non sono mai stati particolarmente simpatici).

LE LIBRERIE

Il libro arriva in libreria, in qualche modo: un agente del distributore, un suggerimento da parte di un lettore, un passaparola, e il libro è a scaffale.

Ora tutto è nelle mani dei lettori – e dei librai che lo hanno letto e lo consigliano – e della loro curiosità: se il libro attira l’attenzione e vende, può cominciare a camminare sulle proprie gambe e promuoversi da solo. Altrimenti, se resta fermo più e più mesi a scaffale, subisce quello che è il naturale ciclo della vita: viene sostituito da un altro libro che si spera possa venir comprato, permettendo così al libraio di guadagnare e di sopravvivere. Sì, è la legge della giungla, cari miei: sopravvive il più forte – e il più bello.

GLI EVENTI

Se il libro non cammina da solo, l’autore può pensare di mettersi in gioco: presentazioni, firmacopie, insomma, di modi in cui proporsi ce n’è davvero a bizzeffe, basta mettersi all’opera. Può essere l’editore stesso a contattere librerie, biblioteche, circoli culturali o altro, o può essere direttamente l’autore – dipende anche qui dalla grandezza e dalla serietà della casa editrice. Molti enti diranno no alle richieste di organizzare eventi, molte librerie diranno no a firmacopie con autori minori, ma alla fin fine, impegnandosi, si può davvero mettere su un bel calendario di eventi in poco tempo, e se l’opera è promossa bene, arriva nelle mani di un bel numero di lettori. E poi, volete mettere il piacere di incontrare l’autore vis a vis?

LA CAMPAGNA PUBBLICITARIA

E poi, beh, c’è la pubblicità. Recensioni, interviste, ospitate, video non convenzionali, performance pubbliche, insomma, tutto ciò che serve per attirare l’attenzione va fatto. L’autore andrà in tv, in radio o sul web solo se si muoverà BENE personalmente o se l’editore ci metterà del suo, e la cosa avrà risultati diversi a seconda della grandezza del media ospitante: le webradio e le webtv, così come i piccoli siti di recensioni, offrono pochissima visibilità, se non nulla; se la tv o la radio è di riferimento regionale o addirittura nazionale, beh, l’opera è a cavallo. Più pubblico viene toccato dall’intervista, dall’ospitata o dal mero passaggio pubblicitario, e più gente acquisterà il libro. Mai visto gente entrare in libreria e chiedere il libro di “quello lì che ha parlato l’altro giorno in televisione”?

Chiaro che, per una promozione fatta bene, serve una buona rete di contatti, e questo si può raggiungere solo con una buona gavetta o affidandosi a un editore serio ed esperto – e non ce ne sono moltissimi, in giro. E poi, cari autori, non contate troppo sulle recensioni fatte da piccoli siti o blog: spesso saranno gli stessi gestori a sperare che IL VOSTRO pubblico venga a vedere il post, anzi, spesso sarà la loro unica ragione – e motivazione – per recensirvi.

IL LIBRO NELLE MANI DEL LETTORE

Ed eccoci arrivati all’ultimo punto: la quarta di copertina, se non l’immagine di copertina, lo hanno tanto convinto che il lettore non ha potuto fare a meno di acquistare il libro. O magari il passaparola, un suggerimento del libraio, una buona pubblicità su internet, un’intervista alla tv, passata in radio: insomma, in qualche modo il lettore è stato convinto. E beh, ora è un terno al lotto, perché da qui si decide se partirà o meno la massificazione del prodotto libro: il lettore ha il potere di rendere l’opera un successo o meno, e questo è il vero e proprio problema della scena editoriale italiana di oggi. Non i prestiti degli editori, non i distributori che mangiano la quasi totalità dei profitti, non la poca gente in libreria o l’alto prezzo dei libri, non lo scarso valore della maggioranza degli inediti. Perché il lettore medio, soprattutto il lettore medio italiano, vuole cinque cose specifiche:

  • LO SCANDALO
  • IL ROMANZO ROSA CHE SI LEGGE E SI DIMENTICA IL GIORNO DOPO
  • IL ROMANZETTO LEGGERO CHE SI LEGGE E SI DIMENTICA UN’ORA DOPO
  • IL FAMOSO
  • LE RICETTE

Spesso le cose si intersecano, come i libri di ricette scritti da personaggi famosi, o i romanzi rosa scritti da personaggi famosi, o gli scandali su personaggi famosi o gli scandali sulle ricette: resta il fatto che, scorrendo qualsiasi classifica dei dieci libri più venduti in qualsiasi mese dell’anno, troverete per 10/10 questi argomenti qua, non si scappa.

Questo si vende in Italia, perché IN ITALIA NON SI LEGGE. In Italia i libri si vendono per essere venduti, non per essere letti. In Italia i libri si vendono per coprire le spese, perché un NON lettore non compra un romanzo forte, un NON LETTORE compra la biografia di Totti. Un lettore medio non compra L’assedio di Lisbona di Saramago, un lettore medio compra una Ferrante, una Sveva Casati, un Simoni, un Cognetti, un Pennac, un Giordano. Bisogna andarci leggeri con i lettori italiani, perché la lettura è vista, già dalle scuole medie, come un mostro divora tempo, una palla al piede, un obbligo: più è impegnativa, più è da evitare.

E quindi via con i Mondadori sugli Youtuber, via coi romanzi rosa o storici o trhiller alla cotto e mangiato, via alla letteratura come CONSUMO VELOCE, un fast food delle pagine.

Mi rendo conto che la cosa può essere inquietante, e pesante, ma una cosa posso consigliare agli autori emergenti: FOTTETE IL LETTORE MEDIO. Lo so, sembra una cosa da stronzi, ma l’unico modo per farsi leggere da un lettore medio è FARGLI CREDERE CHE IL LIBRO CHE GLI SI STA PROPONENDO SIA LEGGERO. State lontani dalla parola impegnativo, è un consiglio. Meno pensano di fare andare le rotelle del cervello, meglio è. Che poi magari scoprono che non è così male leggere e trovarsi a pensare.

Come ho detto altrove, la chiave nell’affrontare una crisi è capire che la crisi stessa è un segnale che qualcosa deve cambiare, evolversi, adattarsi al momento per poter crescere. Bisogna capire che è proprio in questi momenti che ci si offre un’opportunità mai avuta prima, quella di cambiare le cose e prendere in mano la situazione.

Beh, ora avete un quadro più chiaro. Se avete qualche informazione con cui arricchire il testo, fatemelo sapere.

E voi, che ne pensate? Aspetto vostre, e buona lettura.

Ivano


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