Il paese dei poveri

Un brano da “Il paese dei poveri” – Rei edizioni – anteprima assoluta

“Questo romanzo inizia così: un uomo davanti a un altro uomo, una stanza vuota, il ronzare di un rumore grigio, luce diafana e vitrea, fredda.
Il primo uomo appoggia la sua schiena a uno spigolo di muro, un angolo tra una piccola stanza che si apre dentro un’altra stanza più grande, che è quella che stiamo guardando ora; l’uomo ha il volto curato, composto, serio; è rilassato, eppure sull’attenti, in guardia, pronto a reagire qualora ce ne fosse il bisogno.
Porta una divisa di un blu tendente al grigio, con grandi bottoni luccicanti, polsini ordinati, la giacca un poco ripiegata sui polsi; l’abito non ha una sola piega, è perfetto, composto.
Ha scarpe lucide e pulite, di una splendida pelle nera, e capelli sistemati, lisci, una lunga frangetta che gli attraversa tutta la fronte, d’un biondo scuro.
L’altro uomo, in piedi davanti a lui, guarda l’uomo che ha di fronte, guarda la piccola stanzetta alle spalle dell’uomo, guarda il cartello appeso allo spigolo opposto di quella che è l’entrata al piccolo antro, alla piccola rientranza, alla piccola stanza ancor più freddamente illuminata; il cartello dice ‘Vasca di sanificazione’, e lo lascia interdetto, colpito.
L’altro uomo, che guarda ora, nuovamente, l’uomo appoggiato allo spigolo, all’entrata della Vasca, ha capelli scomposti e ruvidi, pregni di sudore e tempo, sporchi, unti.
Ha una barba d’un giorno o forse più, un viso poco curato, pelle annerita e denti scuri, un naso cadente, sopracciglia folte, lo sguardo perso che continua a fuggire, e fuggendo gli sfugge, ne perde il controllo.
L’altro uomo, che ora torna a guardare il cartello ‘Vasca di sanificazione’, non capisce perché si trova in una stanza colma solo del ronzare di questo rumore bianco, indistinto e secco, sottile, fastidioso.
Non capisce perché ci sia un cartello all’ingresso di quella che pare una doccia, non capisce perché la luce sia così diafana e fredda, sterile, sterilizzata.
E non capisce perché l’uomo che gli sta davanti, appoggiato allo spigolo dell’entrata della doccia, gli stia davanti davvero.
L’uomo in divisa, che ci pare, a questo punto, una guardia, bardato com’è e pronto a reagire come sembra, ha lo sguardo perso, basso, pare aspettare, pensare.
Il rumore bianco ronza ancora sui muri, sul mattonato coperto di grigio pallore, sulle lampade dondolanti e minacciose, sul cartello, sulle dita sporche dell’uomo trasandato, sulle sue unghie nere.
Ha i piedi scalzi, l’uomo trasandato, e notiamo solo ora che è nudo.
I glutei pelosi lasciati tremare all’aria fredda dello stanzone, il pene a ciondolare tra le gambe strette, il petto cadente, molle, scuro.
L’uomo trasandato non capisce perché si trovi qui, ma capisce perché si trovi nudo davanti a una Vasca.
Non ha mai vissuto questa situazione, eppure sa già perfettamente come andrà a finire, come noi stessi intuiamo.
La guardia solleva leggermente lo sguardo, gli occhi gli cadono sui piedi scalzi dell’uomo, sulle gambe, e all’arrivare al pene dell’uomo pare vedergli in faccia un brivido, un tremore, quasi un conato.
L’uomo trasandato stringe i pugni, ha freddo, nelle orecchie ha ancora il ronzante rumore bianco che pervade ogni mattone di questa stanza.
La Vasca è poco distante, la guardia di fronte a lui, appoggiata allo spigolo, il cartello appeso, ‘Vasca di sanificazione’.
Tutto sa di sterile e di lontano, di isolato, di freddo.
L’uomo trasandato ha il cuore che batte debolmente, dentro il petto molle, come volesse andarsene a dormire, in disparte, e lasciarlo solo in questa scena, in questa situazione.
La guardia solleva lentamente lo sguardo, si aggiusta con le mani la cintura, si solleva i pantaloni, fa un cenno con la testa.
Prego, è ora di entrare nella Vasca.
L’uomo trasandato non ha mai vissuto questa situazione, ma sa già come andrà a finire.
Sa, come sappiamo noi, che i suoi passi traballanti, il suo pene dondolante e il sedere flaccido finiranno nella Vasca, nella doccia, alle spalle della guardia.
Sa che dal soffitto della doccia partirà un getto bollente, sa che i passi che farà sul pavimento saranno freddi, saran tremendi, saran terribili.
La guardia guarda un punto sul mento dell’uomo trasandato, non lo guarda affatto negli occhi; l’uomo trasandato guarda la doccia, sa che deve muoversi, lo sente, o vi saran reazioni pericolose.
Conseguenze non accettabili, traumi, forse dolori; in fondo è nudo ed ha di fronte una guardia.
E anche se non ha fatto nulla di male ha la concreta sensazione di poter essere punito, di dover scontare una colpa.
I peli intorno al pube tremano, le gambe si stringono, si strizzano, il sangue scorre sotto la pelle, preme, stringe.
I piedi pestano sul pavimento gelido, si sente forte il ronzar del rumore grigio.
Ha i capelli sporchi e unti, quest’uomo trasandato.
La guardia gli guarda un punto sul mento, aspetta solo che si muova, e in tutto questo si sente solo il ronzar forte del rumore grigio.
Ed il gelido splender delle lampade lontane.
Dondolano.”

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“E poi passano gli anni, e quel che ti rimane è un matrimonio fallito, e un marito che non vuoi.
Che temi, verso cui provi solo repulsione, un marito che non vorresti esistente, non vorresti esistito.
Ancora una volta mi allontano dal raccontarvi di Simon, ma è necessario dirvi come mi sono ritrovata ancora nel suo destino, nelle sue braccia, e per dirvelo è necessario spiegarvi da dove venissi, dove mi trovassi nell’ennesimo istante in cui i nostri destini si incrociarono, si legarono, divennero uno.
Sposai Jacques pochi anni dopo aver incrociato gli occhi di Simon, sposai Jacques perché da lui io mi sentivo protetta, accudita, perché mi faceva sentire amata.
Non perché io l’amassi, forse il dimenticare Simon mi aveva portato ormai via troppe energie per amare; io sposai Jacques perché era un uomo, ed io una donna bisognosa di un uomo.
E Jacques si accorgeva di me, mi guardava senza fuggire, Jacques c’era, e questo bastava.
Provavo per Jacques l’affetto che si prova per un capretto al pascolo, per una gallina nell’aia, provavo per Jacques l’intensità di sensazione del trovarsi il sole fuori dalla porta la mattina, sapendo che è già passata da un pezzo l’alba.
Non c’erano sbalzi di emozione, non dolore, non pena, mi sentivo serena e protetta, mi sentivo una cosa diversa dalla mia famiglia, finalmente a parte, finalmente su una mia via, e tutto grazie a lui.
Ma non avevo alcun batter di cuore, non tremai quando poggiò le labbra sulle mie, quando fuggì con la sua bocca dalla mia bocca, non provai quell’avvolgente senso di potere e di caduta nel fare l’amore, non provai la liberazione dell’erotismo, né la prigionia del volere dell’altro tra le coperte.
La sua carne entrava nella mia carne come può entrare un dito nel naso, era in fondo lo stesso piacere, lo stesso sottile sentire.
E non perché il suo membro era inadatto, badate, o perché lui non ne era capace; semplicemente trovavo quel fare all’amore, quel fare all’amore con lui, soltanto un esercizio di tempo passato, solo un intersecarsi umido di carne, null’altro, null’altro che il sentire qualcosa dentro, e poi sentirlo uscire, andarsene.
E così i suoi baci, non vi era alcun fremer di cuore, non vi era alcuna caduta nell’altro, alcun venire attirati dalla pelle dell’altro, dalla carne dell’altro, dagli occhi, dal sapore, dall’odore dell’altro, era solo un sentirsi inserire e venire toccata.
E non dispiacere, non era fastidio di sentirlo aggrappato, avvinghiato a me, non era pena a sentirlo, ma solo il passare di un tempo minuto, un modo di riempirlo, sentire quegli atti dovuti.
In fondo era giusto farlo, eravamo marito e moglie, e prima fidanzati.
In fondo era giusto, io ero una donna e lui un uomo, ed io avevo bisogno di un uomo che si accorgesse di me, e lo trovai.
Passavo quei giorni nell’incessante pensiero del domani, dell’andare del tempo, del desiderare che tutto il tempo passasse, che mi ritrovassi al futuro; che mi ritrovassi nel futuro tanto agognato, un futuro di sentire, di una casa, di dispense piene, di carezze sentite, di dolce abbandonarsi insieme nel letto.
Ed invece più passava il tempo e più veniva il futuro, e non era il futuro che volevo, e me ne rendevo conto.
E più passava il tempo e più quel tempo non veniva, e più io mi sentivo di spingere avanti, di spingere il tempo, vedere se oltre quel giorno, l’ennesimo giorno buttato, ci fosse qualcosa.
Buttavo via tutto il presente con Jacques nella speranza che il futuro sarebbe stato migliore, buttavo via ogni momento, e fu forse mia la colpa a pensarci, a questo punto, fu mia la colpa di questo baratro.
Ci trasferimmo insieme a Tours, avevamo preso ormai la nostra strada, e non mi bastava.
Mi godetti Tours e le sue strade strette, e le lunghe e sottili case, solo per qualche giorno.
E poi odiai anche Tours, anche Tours sbiadì come tutto il resto, e spinsi ancora verso il domani, ogni giorno.”

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