Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni Rei, 2015

“L’altro uomo, in piedi davanti a lui, guarda l’uomo che ha di fronte, guarda la piccola stanzetta alle spalle dell’uomo, guarda il cartello appeso allo spigolo opposto di quella che è l’entrata al piccolo antro, alla piccola rientranza, alla piccola stanza ancor più freddamente illuminata; il cartello dice ‘Vasca di sanificazione’, e lo lascia interdetto, colpito.
L’altro uomo, che guarda ora, nuovamente, l’uomo appoggiato allo spigolo, all’entrata della Vasca, ha capelli scomposti e ruvidi, pregni di sudore e tempo, sporchi, unti.
Ha una barba di un giorno o forse più, un viso poco curato, pelle annerita e denti scuri, un naso cadente, sopracciglia folte, lo sguardo perso che continua a fuggire, e fuggendo gli sfugge, ne perde il controllo.
L’altro uomo, che ora torna a guardare il cartello ‘Vasca di sanificazione’, non capisce perché si trova in una stanza colma solo del ronzare di questo rumore bianco, indistinto e secco, sottile, fastidioso.
Non capisce perché ci sia un cartello all’ingresso di quella che pare una doccia, non capisce perché la luce sia così diafana e fredda, sterile, sterilizzata.
E non capisce perché l’uomo che gli sta davanti, appoggiato allo spigolo dell’entrata della doccia, gli stia davanti davvero.
L’uomo in divisa, che ci pare, a questo punto, una guardia, bardato com’è e pronto a reagire come sembra, ha lo sguardo perso, basso, pare aspettare, pensare.
Il rumore bianco ronza ancora sui muri, sul mattonato coperto di grigio pallore, sulle sue unghie nere.”

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Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni Rei, 2014

“Questo romanzo inizia così: un uomo davanti a un altro uomo, una stanza vuota, il ronzare di un rumore grigio, luce diafana e vitrea, fredda.
Il primo uomo appoggia la sua schiena a uno spigolo di muro, un angolo tra una piccola stanza che si apre dentro un’altra stanza più grande, che è quella che stiamo guardando ora; l’uomo ha il volto curato, composto, serio; è rilassato, eppure sull’attenti, in guardia, pronto a reagire qualora ce ne fosse il bisogno.
Porta una divisa di un blu tendente al grigio, con grandi bottoni luccicanti, polsini ordinati, la giacca un poco ripiegata sui polsi; l’abito non ha una sola piega, è perfetto, composto.
Ha scarpe lucide e pulite, di una splendida pelle nera, e capelli sistemati, lisci, una lunga frangetta che gli attraversa tutta la fronte, di un biondo scuro.
L’altro uomo, in piedi davanti a lui, guarda l’uomo che ha di fronte, guarda la piccola stanzetta alle spalle dell’uomo, guarda il cartello appeso allo spigolo opposto di quella che è l’entrata al piccolo antro, alla piccola rientranza, alla piccola stanza ancor più freddamente illuminata; il cartello dice ‘Vasca di sanificazione’, e lo lascia interdetto, colpito. ”

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Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni REI, 2014

“Calore, è questo a far vibrar così forte questo corpo, l’assenza del caldo, l’assenza di tepore, la presenza, in quest’ombra, di un freddo diverso, una temperatura a cui la divisa, questa divisa, non è pronta, non è abituata.
La luce, che vediamo, invece, splendere sui talloni e sulla prima parte delle cosce, e ora sui dorsi delle mani, sulle dita strette nei pantaloni, è luce di lampadina, luce artificiale, artificiosa e fredda.
Sul pavimento vediamo altre piccole ombre scostarsi, muoversi, lo slancio di un frammento di piede altrui che attraversa il nostro campo visivo, poi la punta della gamba di una sedia, il rumore dello spostarsi, un trascinarsi metallico, ancora un lembo di piede altrui, ancora soltanto ombra sotto il tavolo.
Queste cosce, questi pantaloni, queste mani anche, ora, tremano tanto forte da parer convulsioni, sintomi di una malattia inarrestabile, apocalittica, furiosa.  “

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