Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni REI, 2014

“Ha i piedi grossi l’anziano, coperti dalle grosse scarpe, tesi in avanti, a sorreggere questo suo cadere.
È spossato, sporco e vuoto; glielo vediamo dalla bocca socchiusa, dal respiro pesante e lento, dagli occhi protesi, dal naso molle.
Ha le orecchie grandi, l’anziano, a spuntare dai lunghi capelli, e ciocche di sporco e fuliggine; piccoli pezzi di pietra perfino sulla lunga barba, tra i baffi, sulle basette.
Questa sua grande bocca socchiusa, cadente, e l’anima che pare voglia uscirgli fuori da un momento all’altro; e la fronte sporca, madida di sudore e fuliggine, e la divisa non più verde scuro, ma grigia, marrone di lavoro, nera di fatica.
Abbiamo negli occhi, ancora, le grandi mani sporche del nostro Achille, e il ginocchio dei pantaloni impolverato. E un poco ci immaginiamo come possa essere, il nostro Achille, vedendo il vecchio ridotto in queste condizioni.
Non c’è soccorso, qui dentro; nessuno che si lanci a sorreggere il vecchio, a tenerlo.
Non c’è aiuto, qui dentro, ma sofferenza, respiro, sudore. Solo le spalle di chi ha intorno sulle piccole spalle del vecchio, e quel protendersi in avanti, quell’anima quasi a uscirgli dalla bocca.
E i lunghi capelli pieni di polvere scura, e le mani piccole e cadenti, sporche e macchiate.
Lunghe rughe a pervadergli ogni frammento di pelle che vediamo, tutto quanto a cadere, tutto a cedere, e nessuno che raccolga.
Indifferenza e silenzio, timore e ritrosia, tutto sobbalza e tutto scivola, e pare che niente che pare sobbalzar davvero.
Nel continuo saltare di questo mezzo, nel continuo gridare delle ruote, del motore, del giorno oltre il finestrino, solo il vecchio seduto, cadente in avanti.
La sua bocca schiusa.
E una penombra illuminata, e le mani sporche di Achille, e silenzio.”

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Momento Poesia

CICLICITA’ DEL PENSIERO, di IVANO MINGOTTI

Sedicimila anni di pensieri perversi
e un ossimoro continuo di esistenza,
come non si potesse fuggire
da ciò che più non si desidera

è avventato, e spaventoso,
il credersi felicemente compiuti,
perché ci si ritrova assurdamente vinti,
distratti da una battaglia già persa
con il giorno che deve ancora venire

giustifichiamo il nostro oggi col domani che viene
e sedicimila anni ancora giustificheremo sedicimila anni,
e non abbiamo come ricchezza
che la libertà più sfrenata
di essere vuoti

Quale motivo ha essere nati
e vivere i nostri giorni
se tutto è tanto libero e privo di motivazione
da fare paura?

©Ivano Mingotti

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Momento Poesia

TRACOTANTE, di IVANO MINGOTTI

Volevo essere asceta
e solleticarmi della mia distanza dal mondo,
vivendo degli sguardi lontani, senza che alcuna fiera
potesse nemmeno lambirmi i calzari

Invece vivo da ladro,
scappando da ogni mio colpo,
correndo da ogni mio evento,
sempre un poco più avanti per non essere preso

Chiedo al cielo, ogni giorno
se qualcuno ci sia, ad ordire la trama,
se io sono scritto, come scrivo,
e se dunque, in questa continua beffa
c’è uno spiraglio, un buon finale
o soltanto, come temo, l’assurdo.

©Ivano Mingotti

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Momento Poesia

SADISMI DI OGNI GIORNO, di IVANO MINGOTTI

Umidi di carta e di parole,
chini al tragitto
come santi in via d’estinzione,
soppesiamo i mezzi e i fini, e in ogni dove
celiamo i nostri intenti per trovarci un po’ d’amore

Che sia esso nascosto nei tombini,
tra le querce
o nei sudati meandri dei mari che si insenano,
o inscenato dietro un sipario
all’ombra delle recitazioni altrui,
vogliamo ardentemente
quell’attimo di vero sentire

Non aneliamo la purezza,
la chiarezza,
non la verità,
ma il sentirci, per una volta,
vitali per qualcuno

Questa è la vita.

©Ivano Mingotti

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