Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni Rei

“L’unico, là davanti, a non guardar nel vassoio è il nostro Achille.
L’unico, là davanti, a guardarsi avanti, a guardar ciò che ha di fronte; e ciò che ha di fronte, lo vediamo ora, è una sedia vuota.
E ricordiamo, ora, di come quella sedia non fosse altro che la sedia del vecchio.
Si guarda avanti, Achille, si guarda avanti e ci si perde, ci si assenta.
E non ha altro che quella sedia vuota, ora, nel ricordo di ciò che è stato compiuto, di ciò che non abbiamo potuto vedere, ma che capiamo, abbiam capito, sospettiamo.
Non c’è nessun vecchio a quella sedia, e probabilmente, se abbiam capito bene, mai più ci sarà; non certo quel vecchio, almeno, non certo l’amico di Achille.
C’è soltanto una sedia vuota, il mormorare belante delle posate e delle ciotole, della zuppa e delle pagnotte, e lo sguardo perso e assente del nostro Achille, che si guarda davanti, si scopre altrove.
Uno strisciare di sedie, un blaterare teso di luce calda, luce di mezzogiorno.
Silenzi e solitudini, e tra le facce, là avanti, il volto di Achille.
Nella mano una pagnotta, davanti a lui il vassoio, una sedia vuota.”

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“E poi il fluire del tempo, ancora.
A correre, fuggire, scapparmi via dalle mani, tra le dita sfuggirmi, scivolar via.
E sabbia di ricordi, bagliori di attimi, e giornate dal medesimo peso, dalla medesima pesantezza.
Per chi guarda dal futuro, il passato non è che una serie di attese inframezzate da tanti piccoli grandi eventi.
Per chi guarda dal futuro, il passato non è che una strada colmata di bivi, di cambi, di smottamenti, non è che una vela spinta dal vento.
Io credo fermamente di averci pensato, di avere pensato fortemente a Simon in quella pausa.
Io credo di averci pensato con forza, di essermi arrampicata al suo ricordo, al suo volto svelato, a quegli occhi, io credo con tutta me stessa di averci pensato.
E credo di averci riempito le mie giornate, i lavori nei campi, nell’aia, io credo di avere riempito ogni uovo, ogni filo di paglia, ogni sbatter di zoccolo, ogni cantar di gallo.
Io credo, ci credo fermamente.
Ma non posso, non posso rammentare, certo non ricordo.
Il passato decide cosa regalare al futuro, il passato decide cosa la vita si porterà dietro.
E di quei giorni io ho portato dietro molto poco, forse solo le abitudini della mia casa, le giornate strutturate, sistemate, le giornate prestabilite.
Ho portato dietro i modi di quella casa, certamente, dal passato.
Ma non ho alcun pesante ricordo.
Solo la mia solitudine di ragazza, il vagare per il villaggio con la paura e la voglia di trovare ancora quegli occhi.
E il fissare nei campi, nell’esatto punto di un apparir passato di corvi e di musica, fissare con voglia, fissare con impa-zienza, con spirito gorgogliante di leggerezza, di sorpresa.
E non trovar mai niente.
E non lo sconforto, ma il vuoto, lo scivolar dolce e calmato dei giorni.”

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Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni Rei, 2014

“- Achille DiMea, lo colpisca.
Negli occhi abbiamo ancora lo stesso sole, lo stesso mattino, ma un uomo diverso: è Achille che abbiamo davanti, la bocca stretta e gli occhi spalancati, tetri, sbarrati; si guardano avanti, gli occhi, e guardano ciò che non possiamo vedere.
Da poco lontano è arrivata la voce, ed è voce che ben conosciamo: la voce di chi ha intimato al vecchio di alzarsi, pochi istanti fa; la voce che lo ha rigettato a terra,
con tutta probabilità.
E ancora è violenta, e ancora ordina, ostile, batte come lo sbatter della bacchetta al tamburo sui nostri timpani, e rompe, schiaccia, vibra.
E davanti agli occhi abbiamo soltanto il volto di Achille, altrove e presente, proiettato in avanti a guardare, vedere, cercar ci capire che fare.
Quest’uomo, la guardia, sta dicendogli di colpire qualcosa, speriamo, o forse qualcuno, e se spinge a colpire qualcuno temiam di sapere già a chi si riferisca, contro chi voglia il colpo, chi voglia colpire.
Noi vediam solo il volto di Achille, ricordiamo; e il cielo biancastro alle spalle della fronte rasata, delle orecchie tese, degli occhi sbarrati, vitrei, indecisi.
Achille non sa proprio che fare, e la voce che grida di nuovo, che grida ancora, ed è voce di guardia, e ne siamo certi: – Su, avanti, che aspetta? Lo colpisca. – urla, e noi ce la sentiam nelle orecchie, e a vedere Achille anche lui se la sente, anche lui ne viene ferito; anche se vediam solo la pelle ne siam certi, sicuri, convinti.”

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“Aveva la mano sulla maniglia, e la mano tremava con for-za, tremava nervosa.
E la bocca era serrata e dura, la bocca era pronta ad urlare, la bocca era un urlo, era rabbia.
Poi mi accorsi che il volto era teso, ma era sconfitto.
E mi accorsi che gli occhi non pulsavan certo di lotta, ma di mollezza e resa.
Io mi accorsi, eppure avevo ancora tra le dita la paura e il fremito della fuga, avevo paura delle conseguenze.
Ma non ce ne furono.
Mio marito guardò e non guardò il tavolo, mio marito aveva il volto di chi prende rabbiosamente atto.
E strinse la maniglia più forte, stringendola e portandosela addosso, chiudendosi addosso il varco.
Mio marito chiuse la porta come l’aveva aperta.
E ci chiuse fuori dalla sua vita, o ci chiuse dentro la nostra.
Per l’ultima volta vidi i suoi occhi.
Eran gli occhi di chi si arrendeva, di chi ci aveva d’altron-de provato.
Eran occhi che non mi guardavano, eppure guardavano.
Eran occhi d’assenza.
Chiuse mollemente.
E non lo rividi mai più.”

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