Altro, Cosa ne pensa un autore..?

riguardo i fatti della Feltrinelli di Bologna: IO LEGGO QUEL C***O CHE VOGLIO

Leggo, in questi giorni, di polemiche infervorate scattate contro le parole del direttore della storica Feltrinelli di Bologna, che avrebbe detto, durante un’intervista a Repubblica, che, testualmente “no, non ne leggo molte (donne – libri scritti da donne). E non volevo barare, né fare il politicamente corretto”.

Ora, le polemiche infervorate vertono su questo cardine: il tale direttore fa indignare determinate persone, con queste parole, perché con queste stesse parole lede LA LOTTA che le autrici di sesso femminile stanno facendo per raggiungere L’UGUAGLIANZA DI GENERE nella letteratura e superare le barriere che fanno sì che autori maschi vengano più letti che autrici femmine.

Ora, stiamo soltanto ai numeri: punto primo, la maggior parte dei lettori (diciamo un buon 70%) è composto da donne, dunque, semplicemente, forse sarebbe meglio, per gli artefici della polemica, prendersela con le lettrici stesse che, a questo punto, non favoriscono le autrici donne per ottenere questa ‘sospirata’ parità (che riguarda proprio il propio stesso sesso).

Ma, e dico ma, punto secondo: è possibile che ogni cosa diventi elemento per questa ‘lotta di genere’? Chiariamoci: ma io, lettore qualunque, non posso scegliere di leggere un po’ quel cazzo che mi pare?

La mia libertà di scelta dev’essere lesa da un forzato obbligo a scegliere in percentuali? Del tipo: leggo dieci libri all’anno, cinque devono essere di donne?

E poi, le altre categorie? Un libro di un omosessuale, di un transgender, di un bisessuale? E di un eunuco, di un ragazzo, di un anziano, di un bambino, di un disabile, di un malato psichico? Cioè, dove le mettiamo?
Facciamo un libro al mese per ogni categoria?

Qui siamo al ridicolo. Un po’ come le quote rosa: obbligare a una percentuale di elette donne, cosa che finisce poi per scatenare, spesso, per esempio nei Comuni, il ficcare persone incompetenti a questo o quel posto solo per soddisfare appunto le quote obbligatorie (e magari persone che nemmeno vogliono quel posto).

E a me, da autore, viene da sorridere anche per altro: per esempio, nei firmacopie, quando i lettori mi vengono a dire “no guardi, io leggo solo la Sveva Casati”, che dovrei fare? Sbraitargli addosso che “schifoso, lei non aiuta la parità di genere! E ostacola gli autori emergenti! Dovrebbe vergognarsi, e piuttosto dire che legge sì la Sveva Casati, ma è un errore, e rimedierà presto”.

Qui si tratta di libertà personale contro forzosa volontà di omologazione. E, come in molti altri casi di cui ho già parlato, quando si forza un’accettazione o un’omologazione si scatena un rifiuto più grande.

Io ci vedo del fascismo, non so voi. Cioè, ok uguaglianza, per dire, ma il femminismo di questo stampo l’ho sempre trovato cretino.

Ivano

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Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni Rei

“L’unico, là davanti, a non guardar nel vassoio è il nostro Achille.
L’unico, là davanti, a guardarsi avanti, a guardar ciò che ha di fronte; e ciò che ha di fronte, lo vediamo ora, è una sedia vuota.
E ricordiamo, ora, di come quella sedia non fosse altro che la sedia del vecchio.
Si guarda avanti, Achille, si guarda avanti e ci si perde, ci si assenta.
E non ha altro che quella sedia vuota, ora, nel ricordo di ciò che è stato compiuto, di ciò che non abbiamo potuto vedere, ma che capiamo, abbiam capito, sospettiamo.
Non c’è nessun vecchio a quella sedia, e probabilmente, se abbiam capito bene, mai più ci sarà; non certo quel vecchio, almeno, non certo l’amico di Achille.
C’è soltanto una sedia vuota, il mormorare belante delle posate e delle ciotole, della zuppa e delle pagnotte, e lo sguardo perso e assente del nostro Achille, che si guarda davanti, si scopre altrove.
Uno strisciare di sedie, un blaterare teso di luce calda, luce di mezzogiorno.
Silenzi e solitudini, e tra le facce, là avanti, il volto di Achille.
Nella mano una pagnotta, davanti a lui il vassoio, una sedia vuota.”

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“E poi il fluire del tempo, ancora.
A correre, fuggire, scapparmi via dalle mani, tra le dita sfuggirmi, scivolar via.
E sabbia di ricordi, bagliori di attimi, e giornate dal medesimo peso, dalla medesima pesantezza.
Per chi guarda dal futuro, il passato non è che una serie di attese inframezzate da tanti piccoli grandi eventi.
Per chi guarda dal futuro, il passato non è che una strada colmata di bivi, di cambi, di smottamenti, non è che una vela spinta dal vento.
Io credo fermamente di averci pensato, di avere pensato fortemente a Simon in quella pausa.
Io credo di averci pensato con forza, di essermi arrampicata al suo ricordo, al suo volto svelato, a quegli occhi, io credo con tutta me stessa di averci pensato.
E credo di averci riempito le mie giornate, i lavori nei campi, nell’aia, io credo di avere riempito ogni uovo, ogni filo di paglia, ogni sbatter di zoccolo, ogni cantar di gallo.
Io credo, ci credo fermamente.
Ma non posso, non posso rammentare, certo non ricordo.
Il passato decide cosa regalare al futuro, il passato decide cosa la vita si porterà dietro.
E di quei giorni io ho portato dietro molto poco, forse solo le abitudini della mia casa, le giornate strutturate, sistemate, le giornate prestabilite.
Ho portato dietro i modi di quella casa, certamente, dal passato.
Ma non ho alcun pesante ricordo.
Solo la mia solitudine di ragazza, il vagare per il villaggio con la paura e la voglia di trovare ancora quegli occhi.
E il fissare nei campi, nell’esatto punto di un apparir passato di corvi e di musica, fissare con voglia, fissare con impa-zienza, con spirito gorgogliante di leggerezza, di sorpresa.
E non trovar mai niente.
E non lo sconforto, ma il vuoto, lo scivolar dolce e calmato dei giorni.”

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Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni Rei, 2014

“- Achille DiMea, lo colpisca.
Negli occhi abbiamo ancora lo stesso sole, lo stesso mattino, ma un uomo diverso: è Achille che abbiamo davanti, la bocca stretta e gli occhi spalancati, tetri, sbarrati; si guardano avanti, gli occhi, e guardano ciò che non possiamo vedere.
Da poco lontano è arrivata la voce, ed è voce che ben conosciamo: la voce di chi ha intimato al vecchio di alzarsi, pochi istanti fa; la voce che lo ha rigettato a terra,
con tutta probabilità.
E ancora è violenta, e ancora ordina, ostile, batte come lo sbatter della bacchetta al tamburo sui nostri timpani, e rompe, schiaccia, vibra.
E davanti agli occhi abbiamo soltanto il volto di Achille, altrove e presente, proiettato in avanti a guardare, vedere, cercar ci capire che fare.
Quest’uomo, la guardia, sta dicendogli di colpire qualcosa, speriamo, o forse qualcuno, e se spinge a colpire qualcuno temiam di sapere già a chi si riferisca, contro chi voglia il colpo, chi voglia colpire.
Noi vediam solo il volto di Achille, ricordiamo; e il cielo biancastro alle spalle della fronte rasata, delle orecchie tese, degli occhi sbarrati, vitrei, indecisi.
Achille non sa proprio che fare, e la voce che grida di nuovo, che grida ancora, ed è voce di guardia, e ne siamo certi: – Su, avanti, che aspetta? Lo colpisca. – urla, e noi ce la sentiam nelle orecchie, e a vedere Achille anche lui se la sente, anche lui ne viene ferito; anche se vediam solo la pelle ne siam certi, sicuri, convinti.”

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