Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“Di quel giorno ricordo lo smarrimento, la caduta, il rimanere sospesi e sconnessi di quei ricordi lontani. E non più lo sporco, non più la sozzura, non più il pentimento nel ricordarli, il fuoco aveva mondato la colpa.
Quegli atti, quei fatti, quell’aver provato poteva anche non esser mai stato, non avevo più colpa, non avevo più macchia.
E la musica era musica quanto il pensiero era fatto, la musica era ormai un’invenzione, un racconto, una bugia, quella musica era ormai, nel cader degli appigli del mondo, soltanto una favola.
Solamente una favola di bimba.
Ricordo lo spiraglio di una porta socchiusa, le dure mani di mio padre annerite su un letto, un drappo sul volto sospeso del mio genitore.”

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Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni REI, 2014

“Calore, è questo a far vibrar così forte questo corpo, l’assenza del caldo, l’assenza di tepore, la presenza, in quest’ombra, di un freddo diverso, una temperatura a cui la divisa, questa divisa, non è pronta, non è abituata.
La luce, che vediamo, invece, splendere sui talloni e sulla prima parte delle cosce, e ora sui dorsi delle mani, sulle dita strette nei pantaloni, è luce di lampadina, luce artificiale, artificiosa e fredda.
Sul pavimento vediamo altre piccole ombre scostarsi, muoversi, lo slancio di un frammento di piede altrui che attraversa il nostro campo visivo, poi la punta della gamba di una sedia, il rumore dello spostarsi, un trascinarsi metallico, ancora un lembo di piede altrui, ancora soltanto ombra sotto il tavolo.
Queste cosce, questi pantaloni, queste mani anche, ora, tremano tanto forte da parer convulsioni, sintomi di una malattia inarrestabile, apocalittica, furiosa.  “

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

” Centinaia di giorni con lo stesso ricordo, e la stessa certezza di non averci poi pensato molto, in quei giorni, non aver poi pensato molto a Simon, alla colpa, a quell’essersi sentiti sporchi svanito in un lampo.
Centinaia di giorni e soltanto il ricordo di una spiga tra le labbra di una sorella stesa, un volto disteso, macchie di ricordo i suoi occhi socchiusi, un tepore leggero il ricordo del cielo.
E gote distese e molli, non le gote tirate e spintonate di una vecchia sorella, non le gote racchiuse, spremute, dell’unica sorella di cui mi venga in mente il volto pensando sorella, e gote leggere e non gote corrucciate, e occhi socchiusi e non occhi spezzati.
E forse il ricordo non è altro che un’altra vita, un’altra sorella sul prato, non la mia, un altro prato ed altri campi, e non la nostra casa, non la mia, certo non questa, certo non la solitudine delle stanze in cui mi ritrovo, certo non questo baglior di candela, certo non lo scuotersi forte della penna che accompagna ogni notte la mia insonnia, certo non questo cedere, questo crollare al tempo, certo non questa pesantezza grave, certo non questo esser spezzata.
Forse il ricordo non è altro che una vita altra, una vita altrui, ed io non sono certo quella bimba, non più almeno, o forse nemmeno lo son mai stata.
E forse ciò che è un leggero punzecchiare al ricordo era un tormento allora, e forse è solo troppo lontano per ricordarsene bene.”

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Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni Rei, 2014

“Pare tanto l’uniforme sterile di un infermiere, così posata e monotona, così uniformante e indistinta, che non urta e non appare, ma si ritrae per nascondere.
Pare tanto l’uniforme di un infermiere, e invece pare proprio sia il vestito di chi ci vive, qui, o almeno, così possiamo supporre.
In fondo ci viene difficile pensare siano i vestiti originali del nostro protagonista; troppo slavati e troppo uniformi, e troppo il richiamo a un’uniforme da prigioniero, e di prigionia di richiami ne abbiamo già avuti parecchi; o almeno, ciò viene difficile da pensare a me, e in fondo io non posso certo dire a voi cosa dovreste pensare.
Possiamo solo vedere le nocche ammorbidite di quest’uomo, i capelli rasati, le mani disperate o forse stanche a coprirne gli occhi, l’uniforme verde scuro a cadergli sulle spalle e i piedi nudi, i talloni al terreno.
Possiamo solo vedere il nostro uomo seduto, le ginocchia ad accogliere i gomiti e il volto ad accogliere i palmi aperti. E le dita a strofinar tra le palpebre e le sopracciglia.
Un’uniforme verde, pare dirci soltanto “Benvenuti” alla comunità dei poveri.
Solamente questo.”

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