Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“Onoratelo come si onora una tomba.
Onorate il ricordo, non prendetevi gioco di questo dolore.
E provatevi un poco a sentirlo, sentire Simon su quei vo-stri occhi, sentirlo allo scorrere di queste righe.
Lascio tremar le mie dita su questa penna, allo scaldarsi e scaldarmi di una debole fiamma di cera, per il semplice sentir-lo ancora sulla mia pelle.
E sentire ancora la musica, quella musica dolce.
Quella musica tanto terribile.
Sentirmela ancora straziarmi ed avvolgermi come un ab-braccio.
Onorate il ricordo.
Onoratelo come si onora una tomba.”

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“Aveva la mano sulla maniglia, e la mano tremava con for-za, tremava nervosa.
E la bocca era serrata e dura, la bocca era pronta ad urlare, la bocca era un urlo, era rabbia.
Poi mi accorsi che il volto era teso, ma era sconfitto.
E mi accorsi che gli occhi non pulsavan certo di lotta, ma di mollezza e resa.
Io mi accorsi, eppure avevo ancora tra le dita la paura e il fremito della fuga, avevo paura delle conseguenze.
Ma non ce ne furono.
Mio marito guardò e non guardò il tavolo, mio marito aveva il volto di chi prende rabbiosamente atto.
E strinse la maniglia più forte, stringendola e portandosela addosso, chiudendosi addosso il varco.
Mio marito chiuse la porta come l’aveva aperta.
E ci chiuse fuori dalla sua vita, o ci chiuse dentro la nostra.
Per l’ultima volta vidi i suoi occhi.
Eran gli occhi di chi si arrendeva, di chi ci aveva d’altron-de provato.
Eran occhi che non mi guardavano, eppure guardavano.
Eran occhi d’assenza.
Chiuse mollemente.
E non lo rividi mai più.”

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Momento Poesia

AGOSTO E TEGOLE, di IVANO MINGOTTI

Quel ramo
che tanto anelavi
al guardare il cielo nel brillare d’una giornata d’agosto
è ora spezzato, divelto

Rimane il rimpianto delle foglie sotto i nostri piedi
ed il crepitare dell’erba
e un vago sospiro di vento
e niente più voce, ma occhi

E tragico e vivo singulto
al ricordar le tegole rotte
ed i fiori lenti del gelsomino
che brillando cadono all’inverno che arriva

di nuovo.

©Ivano Mingotti

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Celeste 1872

Un brano da “Celeste 1872” – Edizioni AlterEgo – anteprima assoluta

“Guarda, bambina mia: quelle si chiamano onde.
E quante ne avrai viste ormai, tra le mie braccia, dondolando come loro; quante, su questa nostra casa che viaggia, e va, e va ancora.
E quando arriveremo, bambina mia?
Genova è così lontana e tanto brutta, tesoro mio, tanto che mai vorrei arrivare; dovremmo pur scendere a terra, prima o poi, d’altronde.
Ma Genova non ha i nostri alberi, piccola; non ha i nostri prati, i nostri campi, le nostre case; e non i nostri camini, le nostre strade grandi, il nostro silenzio.
Genova è caotica e fastidiosa, e a pensarci è un bene che sia tanto lontana ancora.
Cosa dici, piccolina?
Devo stringerti un poco il ditino?
Eccolo, ecco che la mamma te lo stringe, il tuo piccolo dito; me lo mostri come fosse il tuo tesoro più grande, ed è il mio, è il mio di tesoro.
Guarda là fuori, piccola mia: abbiamo un intero oceano intorno.
Ed è tutto nostro, ora, e nessuno può impedirci di pensarlo.
Siamo americani, piccola mia, e l’Atlantico, come capirai quando sarai più grande, è il nostro piccolo mare.
Tu, piccola Sophia Matilda Briggs, dalla testa rasata, dai piccoli ciuffi di capelli biondi.
Guarda la mamma, piccola Sophia, ecco, ti porge la tua mammella preferita.
Bevi un poco di me, Sophia, resta tranquilla, e dormi, magari, un poco.
Ci aspetta un lungo, lunghissimo viaggio.
Papà è fuori dalla nostra cabina, da questa nostra minuscola casetta, e ondeggia con l’oceano; magari parla con il nostro capitano, o con gli uomini della ciurma, chissà.
O magari guarda come noi l’oceano, e dondola come dondolan le assi su cui stiamo vivendo.
Speriamo che la nostra cara Mary Celeste non ci faccia scherzi, e preghiamo nostra signora Maria perché ci protegga.
Piccola mia, ma certo, tu ancora non puoi pregare con me; bevi allora dal mio seno, stringilo un poco più dolcemente coi denti, resta tranquilla.
Ci sono io a vegliare su di te, e su noi il tuo bravo papà, che tanto amiamo e tanto aspettiamo.
Sarà là fuori, con la ciurma, a guardare l’oceano che ci circonda.
La nostra Mary Celeste non ci farà scherzi, arriveremo a Genova e poi torneremo a casa.
Papà porterà a destinazione tutto il suo carico, ancora una volta.
Vedrai, bambina mia.
E non stringermi così forte la carne coi denti, succhia un poco, ma rilassa la tua bocca.
Mentre io prego, tu riposati un poco.
E bevi di me, Genova è ancora lontana.
Genova è molto lontana, per fortuna.
Mi tornano in mente i miei cari alberi, la mia cara terra.
E guardo l’oceano con te, tesoro mio.
Riposati, riposati e bevi.”

Mary-Celeste

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