Il paese dei poveri

Un brano da “Il Paese dei Poveri” – Edizioni Rei, 2014

“Questo romanzo inizia così: un uomo davanti a un altro uomo, una stanza vuota, il ronzare di un rumore grigio, luce diafana e vitrea, fredda.
Il primo uomo appoggia la sua schiena a uno spigolo di muro, un angolo tra una piccola stanza che si apre dentro un’altra stanza più grande, che è quella che stiamo guardando ora; l’uomo ha il volto curato, composto, serio; è rilassato, eppure sull’attenti, in guardia, pronto a reagire qualora ce ne fosse il bisogno.
Porta una divisa di un blu tendente al grigio, con grandi bottoni luccicanti, polsini ordinati, la giacca un poco ripiegata sui polsi; l’abito non ha una sola piega, è perfetto, composto.
Ha scarpe lucide e pulite, di una splendida pelle nera, e capelli sistemati, lisci, una lunga frangetta che gli attraversa tutta la fronte, di un biondo scuro.
L’altro uomo, in piedi davanti a lui, guarda l’uomo che ha di fronte, guarda la piccola stanzetta alle spalle dell’uomo, guarda il cartello appeso allo spigolo opposto di quella che è l’entrata al piccolo antro, alla piccola rientranza, alla piccola stanza ancor più freddamente illuminata; il cartello dice ‘Vasca di sanificazione’, e lo lascia interdetto, colpito. ”

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

” Centinaia di giorni con lo stesso ricordo, e la stessa certezza di non averci poi pensato molto, in quei giorni, non aver poi pensato molto a Simon, alla colpa, a quell’essersi sentiti sporchi svanito in un lampo.
Centinaia di giorni e soltanto il ricordo di una spiga tra le labbra di una sorella stesa, un volto disteso, macchie di ricordo i suoi occhi socchiusi, un tepore leggero il ricordo del cielo.
E gote distese e molli, non le gote tirate e spintonate di una vecchia sorella, non le gote racchiuse, spremute, dell’unica sorella di cui mi venga in mente il volto pensando sorella, e gote leggere e non gote corrucciate, e occhi socchiusi e non occhi spezzati.
E forse il ricordo non è altro che un’altra vita, un’altra sorella sul prato, non la mia, un altro prato ed altri campi, e non la nostra casa, non la mia, certo non questa, certo non la solitudine delle stanze in cui mi ritrovo, certo non questo baglior di candela, certo non lo scuotersi forte della penna che accompagna ogni notte la mia insonnia, certo non questo cedere, questo crollare al tempo, certo non questa pesantezza grave, certo non questo esser spezzata.
Forse il ricordo non è altro che una vita altra, una vita altrui, ed io non sono certo quella bimba, non più almeno, o forse nemmeno lo son mai stata.
E forse ciò che è un leggero punzecchiare al ricordo era un tormento allora, e forse è solo troppo lontano per ricordarsene bene.”

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