Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“E notte dopo notte le coperte ruvide strette alla vita, alle mani, le mie coperte ruvide strette alla bocca, strette in uno stringersi di labbra, strette nel tormentarmi d’una paura, d’un timore, notte dopo notte svegliarsi di soprassalto, e trovare il cuscino colmo di lacrime.
Umido, molle, il cuscino ad accogliere il brusco ritrovarmi al mondo, il brusco ritrovarmi alla notte, al pressarmi del buio, al ronzar nella testa di una stanchezza non del tutto sopita, di una stanchezza urlante, lacerante, esigente.
Notte dopo notte il volto del demonio, notte dopo notte il sorriso rosso e cornuto del diavolo, notte dopo notte nei miei occhi, nelle palpebre, e poi ancora un risveglio brusco, e poi ancora il crollare, e poi ancora il ritrovarsi, la notte.
E tornare a letto con la stessa sensazione precaria, con la stessa sensazione di caduta, di ritrovarsi, con la stessa paura sempre di trovarsi il cuscino inzuppato, il cuscino più molle, di trovarsi la notte davanti, e ritrovarsi sola.
E il ricordo ancora dentro di quelle notti, di quel tormento, il ricordo ancora dentro, spesso, denso, di quel brulicare di notte, di quel ronzar di stanchezza, il ricordo ancora dentro del punzecchiarmi e strattonarmi forte di quei risvegli, di quel ritrovarsi.
E di quelle coperte ruvide e pesanti, del grattare del loro tessuto tra le mie labbra, e quel sentire umido dentro la bocca, umido e secco, umido e ruvido, umido e denso. “

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“E mi vedo ancora, io piccola dentro quel grano, io piccola su quel terreno, i miei piedi consumati e pressati, le braccia abbandonate e molli, e i capelli di grano a toccarmi le spalle.
E non più vento, ma mancar di respiro, mancar di respiro nel petto.
Qualcosa di perso, nell’aver trovato.
Simon nel granaio, la musica tra le sue dita.
A stridere e gridare, a scappare e fremere, la musica nelle sue dita.
E per la prima volta vedere il destino, capendo di averlo trovato.
Quando ti si pone davanti il destino non puoi fare finta di non aver visto.
Quel giorno io vidi Simon, vidi la mia vita.
E trovarlo fu perderlo, perdere tutto.
Il respiro, i miei passi, quell’esser di fiera, di belva.
Schiacciata dal cielo, dall’ondeggiare e venire di quelle spighe, e solo il toccarmi della musica, l’instabile e spesso, sottile momento del sentirlo suonare.
Quell’infinito già concluso, quell’infinito in pericolo, quell’infinito fragile.
Io bimba con la bocca spalancata, ed in quel granaio Si-mon.
E solo la musica.
Per la prima volta io vidi il destino.
A bocca socchiusa. ”

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“E non un rumore se non il vibrar della notte, il vibrar del silenzio, e non un rumore se non il gracchiare del legno, il cigolare dei mobili, e non un rumore se non l’inquietante susseguirsi di tutti i rumori che possano essere immersi nel silenzio.
E non un rumore, solamente tutti i rumori, soltanto l’apparire di ogni singolo rumore come un taglio, come una lacerazione, solamente tutti i rumori anche mentre si dorme, anche nel mentre di ogni cadere, nel mentre degli incubi, nel mentre di un nuovo diavolo afferrare i piedi. E sempre essere pronte a cadere, sempre sul dirupo, sempre, sul ciglio, tremanti.
Ed un freddo nelle vene a scuotere il corpo, e le labbra strette intorno alla coperta, ed il ruvido del suo tessuto, tagliare.
E un sentire di strappo sulle labbra, un sentire di duro.
E lo scendere gelido delle mie lacrime, e lo sento ancora al ricordo.
Io lo sento ancora.
La notte pesante e pungente, e un silenzio fatto di ogni rumore.
Ed ogni cigolare un taglio.
Notti e notti di diavoli, notti e notti di colpe.
E una coperta ruvida.
E ad immaginar quella musica, a sentirsela appena dentro, ogni volta una macchia apparire.
Una macchia di corrotto, di perso.
Una macchia di persecuzione.
E sentire di avere perso tutto solo per un rimprovero. ”

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Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“E poi il fluire del tempo, ancora.
A correre, fuggire, scapparmi via dalle mani, tra le dita sfuggirmi, scivolar via.
E sabbia di ricordi, bagliori di attimi, e giornate dal medesimo peso, dalla medesima pesantezza.
Per chi guarda dal futuro, il passato non è che una serie di attese inframezzate da tanti piccoli grandi eventi.
Per chi guarda dal futuro, il passato non è che una strada colmata di bivi, di cambi, di smottamenti, non è che una vela spinta dal vento.
Io credo fermamente di averci pensato, di avere pensato fortemente a Simon in quella pausa.
Io credo di averci pensato con forza, di essermi arrampicata al suo ricordo, al suo volto svelato, a quegli occhi, io credo con tutta me stessa di averci pensato.
E credo di averci riempito le mie giornate, i lavori nei campi, nell’aia, io credo di avere riempito ogni uovo, ogni filo di paglia, ogni sbatter di zoccolo, ogni cantar di gallo.
Io credo, ci credo fermamente.
Ma non posso, non posso rammentare, certo non ricordo.
Il passato decide cosa regalare al futuro, il passato decide cosa la vita si porterà dietro.
E di quei giorni io ho portato dietro molto poco, forse solo le abitudini della mia casa, le giornate strutturate, sistemate, le giornate prestabilite.
Ho portato dietro i modi di quella casa, certamente, dal passato.
Ma non ho alcun pesante ricordo.
Solo la mia solitudine di ragazza, il vagare per il villaggio con la paura e la voglia di trovare ancora quegli occhi.
E il fissare nei campi, nell’esatto punto di un apparir passato di corvi e di musica, fissare con voglia, fissare con impa-zienza, con spirito gorgogliante di leggerezza, di sorpresa.
E non trovar mai niente.
E non lo sconforto, ma il vuoto, lo scivolar dolce e calmato dei giorni.”

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