Cosa ne pensa un autore..?

IL FATTORE C

In questi giorni ragionavo un po’ su di me, sulla strada che ho intrapreso e su quella che voglio prendere. Insomma, a 30 anni ho bisogno di fare i conti con me stesso e capire cosa voglio dalla vita, cosa mi piace e cosa mi piacerebbe fare.

Ho la fortuna di avere un lavoro fisso che mi paga spese e anche qualche extra. Non è poco, nel mondo di oggi. Ho una compagna meravigliosa e una sorta di hobby, chiamiamolo così. Ho una gatta matta, tanti amici – soprattutto nel campo dell’editoria – un tetto sulla testa, una bella famiglia, una nipotina in arrivo. Eppure, continuo a passare da momenti di sconforto assoluto ad altri di incredibile entusiasmo, in una continua catena di instabilità che mi sta danneggiando da anni.

Il punto è questo: ho scelto un hobby che non rende. In cui ho riposto, come tanti altri, troppe speranze, troppe aspettative. Perché è questo che deve rimanere: un hobby.

Chiariamoci: di scrittura non si campa. Non si diventa famosi scrivendo un libro, affatto, e spesso il circolo dei lettori te lo crei da solo e rimane pressapoco quello, negli anni. A meno del famoso Fattore C, che non dipende nemmeno da un grande editore, ma dalla pura e semplice fortuna. Quanti autori ho conosciuto che hanno pubblicato con medio-grandi e sono rimasti degli emeriti sconosciuti, quanti che scrivono veramente da dio e rimangono nei meandri bui di una folla di creativi che sembra non restringersi mai, anzi, che si allarga a dismisura ogni giorno. Troppa gente entra nel mondo dell’editoria seguendo un sogno e viene poi fatta a pezzi dallo sconforto, dalla frustrazione.

C’è troppa offerta e nessuno vuole leggere ciò che non è stato già detto, letto, suggerito, ciò che non ha creato scalpore, che non ha fatto notizia. Perché leggere è impegnativo, e richiede una motivazione e un interesse particolari. Diciamocelo chiaramente: nessuno entra in libreria a comprare il libro di uno sconosciuto, se non viene consigliato in merito.

Credo che il chiodo alla bara delle mie aspettative lo abbia dato la situazione editoriale attuale. Vedere che amazon, autopubblicati e self hanno distrutto definitivamente le librerie indipendenti mi ha letteralmente ucciso. Gli unici spazi rimasti per i piccoli autori erano quelli, e vedere che ancora meno gente dell’anno scorso entra in negozio – e già l’anno passato era da piangere, sinceramente – e che NESSUN titolo, tranne quelli degli youtuber o delle web-personalities più quotate, vende più di UNA copia al giorno, è avvilente. La definitiva prova che il mercato editoriale si sta orientando verso il web, verso i piccoli bacini dei self che pubblicano solo per parenti e amici o dei libri da follower.

Quindi, ora?

Forse occorre davvero ripensare all’editoria, o a quanto ci si impegna per i propri prodotti. Se ti sbatti giorno e notte per qualcosa – qualcosa che ha comunque un valore oggettivo, su cui è stato fatto un lavoro accurato – e questa non trova riscontro, o è necessario sbattersi in un modo inumano, in un modo che non è concepibile per UNA persona sola, oppure il prodotto, o il genere di prodotto, non ha abbastanza domanda da soddisfare, è un surplus.

Semplicemente, alla gente a cui piace leggere arrivano ben altri prodotti. Basta vedere in casa propria: anch’io leggo, moltissimo, ma a parte esordienti o emergenti che conosco personalmente, quindi amici o conoscenti diretti, non ho in casa libri di autori del mio calibro. Solo grandi, o grandissimi, o classici, o saggi molto famosi. Ed è assolutamente normale.

Allora tantovale confinare il tutto all’hobbistica, a una cosa che si fa per piacere, senza pensare ai risultati, ma accettando quel che viene. Non i numeri, ma le parole. Relegando tutto magari a un articolo sul proprio sito, e facendo altro, magari qualcosa che non ti butta giù o ti tira su in questo modo, senza soste.

Continuando magari a svolgere piccoli lavori in questo campo per chi lo richiede, con la solita competenza: editing, corsi di scrittura, traduzioni, ghostwriting.

E dedicando più tempo a se stessi, a godersela un po’, a fare cose che avresti sempre voluto fare, ma non hai mai fatto.

Come quel bel corso di recitazione, o quell’evento in quel posto là, o quel viaggio che volevi fare, ma…

Insomma, finite queste copie di Nimal, porrò la parola fine a tutti gli sforzi in questa direzione. Se il Fattore C vorrà cercare i miei libri, saprà dove trovarli.

Un consiglio anche a voi, piccoli o medi autori: fate lo stesso. E godetevela.

Che di vita ce n’è una sola, e le esperienze da fare sono tante, e tutte belle.

Ivano

 

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4 risposte a "IL FATTORE C"

  1. Ho smesso di pubblicare nel 2015 dopo l’esperienza con una casa editrice di proprietà libreria indipendente: libro pubblicato, ma acquistabile soltanto presso la libreria stessa situata in una città con poco meno di 30 mila abitanti. Fallimento assicurato. Ho quindi ripubblicato autonomamente tutti i miei libri e messi in vendita sul web. Quello che ho fatto è reperibile on line. Continuio a scrivere, ma non pubblico.

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  2. Condivido in pieno e penso che sia la cosa migliore. Scrivere per scrivere, per il gusto di farlo, e diffondendo quello che si scrive sul web, ai pochi che sono interessati e che vogliono leggerlo. In fondo, se ci pensiamo bene, è una opportunità che gli scrittori di 30-40 anni fa non hanno nemmeno avuto…
    È un po’ triste, ma i tempi sono questi, la lettura è un privilegio per pochi, le librerie sono condannate a morte, facciamocene una ragione.

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  3. Ognuno ha la sua esperienza. Io ho iniziato troppo tardi a provare a scrivere narrativa; ho iniziato quando ormai mezzo mondo aveva deciso di voler fare lo scrittore. Probabilmente questo mestiere/hobby scomparirà, quando la gente troverà qualcosa di più conveniente e produttivo da fare. Scrivere storie forse continua ad avere un senso per chi si occupa di scrivere i testi per le serie tv. Tra qualche decennio si studierà la follia scrittoria che ha colpito giovani e meno giovani agli inizi del terzo millennio dal punto di vista sociologico. Si dirà che i motivi principali sono stati la crisi economica, la disoccupazione, l’insoddisfazione che ha avvelenato l’Italia e l’Occidente. Gli studiosi di allora analizzeranno la produzione e il consumo e scopriranno che si leggevano soprattutto gialli e che gli autori, se volevano vendere qualche copia, dovevano scrivere quasi soltanto storie di serial killer, la cui principale vittima era (di solito) la letteratura, che infatti non è riuscita a sopravvivere. Quanto al fattore C, posso dire che chi è giovane può ancora sperarci con qualche ragione. Quelli come me possono sperare solo in una fortuna postuma, ma moooolto postuma. Per ora, continuo a occuparmi di storia della letteratura, anche se non ho più molta voglia di scrivere articoli che poi finiscono nel calderone delle centinaia di studi e studietti prodotti da aspiranti docenti universitari o da professori di liceo che all’università non hanno mai trovato spazio. E’ quasi peggio che scrivere romanzi o poesie. Degli altri lavori di narrativa/poesia che ho quasi concluso non so che ne farò. Probabilmente farò una versione epub o azw3 da regalare agli amici, ammesso che nel frattempo abbiano imparato a usare un e-reader.

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  4. Saggia decisione, che io ho preso anni fa. Penso che gli scrittori (o, a maggior ragione, i poeti) si meritino qualcosina di più del vivere di speranze e stenti, alla Orwell di “Fiorirà l’aspidistra”. Perché la vita è breve, appunto. Troppo breve per non respirare i cieli, invece di declamarli… 🙂

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