Il paese dei poveri

IL PAESE DEI POVERI: Recensione su Libero Arbitrio Blog

Grazie ancora a Caterina per la bellissima recensione 😀

Ho letto buona parte della produzione di Ivano Mingotti, e devo dire che già dalla pubblicazione di “Sotto un sole nero” lo definii uno scrittore coraggioso. Tratta tematiche di un certo spessore e lo fa utilizzando una tecnica sperimentale, sincopata, infarcita da figure retoriche. Ho sempre detto che le sue storie sono difficili da leggere, ma che se si ha l’ardire di andare fino in fondo non si rimane delusi, anzi si resta spiazzati, perché tutti quegli interrogativi esistenziali che ci hanno perseguitato (e ci perseguitano) ci vengono spiattellati in faccia senza mezzi termini.
“Il Paese dei Poveri” è un romanzo strutturato in maniera diversa dai precedenti. Ivano Mingotti dà spazio alla prosa attraverso frasi più articolate, rinunciando alla scrittura telegrafica. Quando si intraprende il viaggio, l’atmosfera e anche le azioni, ci spingono a credere di essere finiti in un lager nazista, successivamente si scoprirà che il protagonista è stato “arruolato” in una sorta di ospizio dove vengono “ospitati” (è una parola grossa!) gli anziani, i barboni, tutte quelle persone che pesano sull’economia mondiale e che non producono più, per un motivo o per un altro. Il lettore comprende il disagio del protagonista sin dalla prima pagina, da quando “il rito” della “pulitura” (barba, shampoo e capelli) diventa una vera violenza. La prima vera sensazione è il disagio, un disagio che dilaga e pone il lettore di fronte a una realtà che non ha nulla di normale, in cui persino i gesti che sembrano nati per “aiutare” diventano vere e proprie imposizioni atte a privare l’individuo della propria libertà.

Ci sono quindici regole a cui non si può sfuggire e anche nella monotonia di una vita assurda e insensata, vissuta nella totale apatia esiste un sentimento: la paura. Paura di sgarrare, di fare qualcosa che non possa piacere a chi sta in alto e finire, preso a calci fino a morirne.

L’autore è stato molto bravo a descrivere le varie paure che imperniano l’animo del protagonista, Achille e di riflesso tocca tutti gli altri poveri.
Vivere, pensare, esserci, avere una coscienza, osare, avere un’opinione, sono contro il regolamento.

“Entrambi, ora, si guardano.
Achille, terrorizzato, subisce il guardare del vecchio, e il vecchio spinge avanti questo suo guardare (…) E’ un attimo pericoloso questo, e lo sanno entrambi. “

Guardarsi e intendersi è pericoloso. Da quello sguardo potrebbe saltar fuori un senso di solidarietà e appartenenza, che “Il Paese dei Poveri” non consente. Il gelo nasce dall’angoscia di Achille, che terrorizzato si muove a scatti, come ingessato convinto di poter essere punito, anche se non si rende bene conto del perché…
L’ossessività che impernia il posto è una sola:

“Essere produttivi è vivere e far vivere tutti noi, e questo deve entrarvi bene nella zucca.”
Finire rinchiusi non è diverso dall’essere incarcerati:

“(…) chi finisce in povertà, chi finisce in strada, finirà nella Comunità dei Poveri.”

“E il suicida, e i lavori forzati, e la mensa silenziosa e brutale, e i furti, gli scambi proibiti, ci suggeriscono ora che questo non è un bel posto in cui finire, non è un posto di carità.”

una volta fuori e riconquistata la libertà nulla cambia, resta qualcosa insito nell’animo umano che ormai è stato traviato e nessuno può più ricomporre.

Ancora una volta, Mingotti, spiazza con un finale che lascia senza fiato e con mille interrogativi. E’ solo un distopico? E’ solo una storia ben raccontata o tra la polvere, tra i tintinni di posate e chiavi, tra i rumori di tacchi, c’è del vero?
Quel mostro dal volto umano che scava dentro lasciando una traccia , ci perseguiterà per sempre?

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