Il Cenotafio di Simon Petit

Un brano da “Il Cenotafio di Simon Petit” – Leucotea, 2014

“E poi passano gli anni, e quel che ti rimane è un matrimonio fallito, e un marito che non vuoi.
Che temi, verso cui provi solo repulsione, un marito che non vorresti esistente, non vorresti esistito.
Ancora una volta mi allontano dal raccontarvi di Simon, ma è necessario dirvi come mi sono ritrovata ancora nel suo destino, nelle sue braccia, e per dirvelo è necessario spiegarvi da dove venissi, dove mi trovassi nell’ennesimo istante in cui i nostri destini si incrociarono, si legarono, divennero uno.
Sposai Jacques pochi anni dopo aver incrociato gli occhi di Simon, sposai Jacques perché da lui io mi sentivo protetta, accudita, perché mi faceva sentire amata.
Non perché io l’amassi, forse il dimenticare Simon mi aveva portato ormai via troppe energie per amare; io sposai Jacques perché era un uomo, ed io una donna bisognosa di un uomo.
E Jacques si accorgeva di me, mi guardava senza fuggire, Jacques c’era, e questo bastava.
Provavo per Jacques l’affetto che si prova per un capretto al pascolo, per una gallina nell’aia, provavo per Jacques l’intensità di sensazione del trovarsi il sole fuori dalla porta la mattina, sapendo che è già passata da un pezzo l’alba.
Non c’erano sbalzi di emozione, non dolore, non pena, mi sentivo serena e protetta, mi sentivo una cosa diversa dalla mia famiglia, finalmente a parte, finalmente su una mia via, e tutto grazie a lui.
Ma non avevo alcun batter di cuore, non tremai quando poggiò le labbra sulle mie, quando fuggì con la sua bocca dalla mia bocca, non provai quell’avvolgente senso di potere e di caduta nel fare l’amore, non provai la liberazione dell’erotismo, né la prigionia del volere dell’altro tra le coperte.
La sua carne entrava nella mia carne come può entrare un dito nel naso, era in fondo lo stesso piacere, lo stesso sottile sentire.
E non perché il suo membro era inadatto, badate, o perché lui non ne era capace; semplicemente trovavo quel fare all’amore, quel fare all’amore con lui, soltanto un esercizio di tempo passato, solo un intersecarsi umido di carne, null’altro, null’altro che il sentire qualcosa dentro, e poi sentirlo uscire, andarsene.
E così i suoi baci, non vi era alcun fremer di cuore, non vi era alcuna caduta nell’altro, alcun venire attirati dalla pelle dell’altro, dalla carne dell’altro, dagli occhi, dal sapore, dall’odore dell’altro, era solo un sentirsi inserire e venire toccata.
E non dispiacere, non era fastidio di sentirlo aggrappato, avvinghiato a me, non era pena a sentirlo, ma solo il passare di un tempo minuto, un modo di riempirlo, sentire quegli atti dovuti.
In fondo era giusto farlo, eravamo marito e moglie, e prima fidanzati.
In fondo era giusto, io ero una donna e lui un uomo, ed io avevo bisogno di un uomo che si accorgesse di me, e lo trovai.
Passavo quei giorni nell’incessante pensiero del domani, dell’andare del tempo, del desiderare che tutto il tempo passasse, che mi ritrovassi al futuro; che mi ritrovassi nel futuro tanto agognato, un futuro di sentire, di una casa, di dispense piene, di carezze sentite, di dolce abbandonarsi insieme nel letto.
Ed invece più passava il tempo e più veniva il futuro, e non era il futuro che volevo, e me ne rendevo conto.
E più passava il tempo e più quel tempo non veniva, e più io mi sentivo di spingere avanti, di spingere il tempo, vedere se oltre quel giorno, l’ennesimo giorno buttato, ci fosse qualcosa.
Buttavo via tutto il presente con Jacques nella speranza che il futuro sarebbe stato migliore, buttavo via ogni momento, e fu forse mia la colpa a pensarci, a questo punto, fu mia la colpa di questo baratro.
Ci trasferimmo insieme a Tours, avevamo preso ormai la nostra strada, e non mi bastava.
Mi godetti Tours e le sue strade strette, e le lunghe e sottili case, solo per qualche giorno.
E poi odiai anche Tours, anche Tours sbiadì come tutto il resto, e spinsi ancora verso il domani, ogni giorno.”

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